domenica, 10 maggio 2009
Ho camminato a lungo. Lentamente, passo dopo passo, le mie suole consumate sembrava fossero diventate tutt'uno con l'erba verde della terra.
Miglia dopo miglia, pioggia dopo pioggia; collina su collina, foglia dopo foglia, sasso dopo sasso. Ho camminato sull'ombra del mondo, tra i cinguettii degli uccelli, tra le montagne e gli oceani, solo per vederti.
Ricordo ancora le giornate piovose passate ad attenderti. Il naso fuori dalla finestra, ma di poco; le braccia appoggiate sul davanzale, saldamente ancorate alla speranza di poterti scorgere all'orizzonte
In quei momenti ogni respiro o sguardo che modellavo dal nulla era nato perla tua esistenza. Speravo davvero che cio' potesse aiutare a regalarti una visione, seppur breve, di questo mondo.
L'attesa mi sembrava ogni volta eterna. Dapprima vi era il rumore dell'orologio, poi lo scroscio della pioggia; mi perdevo in pensieri lontani, solitudini scoscese nei reami della mia fantasia, dove ti sognavo senza sosta.
Ai tuoi piedi, un altro mondo, nella mia testa. Chissà se portavi tesori o felicità. Ci pensavo sempre, nell'immensa attesa; io vivevo per te.
E' vero, ero piccolo, e tu mi sembravi grande quanto l'universo.
E le mie storie prendevano forma. Ti immaginavo a correre, scorrazzare per il cielo, sopra le nuvole, quando era plumbeo; invece correvi senza sosta sotto al guscio bianco della volta celeste appena la cappa grigia apriva le sue porte. Per me, sembravi quasi una lepre cristallina, un delfino del cielo dai sette colori, qualcosa che avrei voluto afferrare coi miei occhi.
Ti ho aspettato tanto, dalla prima volta che ti vidi. Gli anni passarono, ma non riuscii mai a rivederti.
Piu' il tempo passava, piu' il ricordo di te si faceva forte e preponderante. Non scemava col passare delle ore, ma aumentava. La mia curiosità era alta: volevo sapere dove nascessi, di cosa eri composto, ma mi accorgo solo ora che la mia attesa era volta semplicemente ad osservarti nella tua bellezza.
Non arrivavi. Non giungevi più. Eri morto? Non è possibile. Uno come te non puo' morire.
Gli anni passarono, e ogni volta che pioveva, per me era una attesa spasmodica. Il cuore  mi batteva forte. Mi accorsi di essere innamorato di te.
Le gocce continuavano a cadere. Il rossore che avevo sul viso, ingenua emozione di bambino, mi regalava frenesia e impazienza.
Ho imparato ad amarti, sempre di piu', nell'attesa.
Ed avevo imparato a sopportare la tua lontananza. Da quando ti vidi per la prima volta, ho sempre creduto che non vi fosse cosa piu' grandiosa dei tuoi colori.
Ma l'attesa, ben presto, si puo' trasformare da volonta' passiva a desiderio di venirti a cercare. Tale credo sia la sua natura.
E da allora, ho camminato a lungo. Lentamente, passo dopo passo, le mie suole consumate sono venute a cercarti. Dove pioveva, io c'ero, ma tu non arrivavi.
Era attesa anche quella, sempre piu' impaziente. Ho camminato, miglia dopo miglia, nella speranza di rivederti. Questa volta, davvero, ogni respiro era destinato a te.
E ora, in questo momento, ti sto attendendo ancora. Sotto questa pioggia, io ti aspetto, attendo la tua muta voce e i colori del tuo cielo.
Ma ora, miglia dopo miglia, credo di avere capito. Piu' che rivederti, io voglio aspettarti. Probabilmente, ora non voglio solo osservarti.

Voglio aspettarti. Perche' io sono bravo solo ad attenderti, sognando nel mentre.
Sono bravo solo a cercarti, perche' tu non vivi per me.
Nel qualcaso dovessi ritrovarti, io passerei nuovamente ad attendere il tuo respiro, ora dopo ora. Miglia dopo miglia. Goccia dopo goccia.

Oh.
Ha smesso di piovere.
Davanti a me, il sole tra le montagne .
Provo a voltarmi, verso le colline verdi.
Chissa' se ci sarai? Se questa attesa avra' termine?
Chissa' se, finalmente, dovro' attenderti di nuovo?

Sì. Ci sei.
Ciao, Arcobaleno.
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domenica, 19 aprile 2009
Un'ombra del vento
scorre sull'acqua cristallina
nella nuvola del cielo di primavera

Una melodia verde
riflette il canto degli alberi
specchiandosi con l'erba sull'acqua

Un mormorio d'un gatto
spia curioso il sussurro del pesce
nel posto dove le fronde cingono il lago

Un'ombra del vento
trascina con sè il tempo perduto
rompendo il silenzio del laconico mondo.
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lunedì, 06 aprile 2009
Nel lago dove si specchia la luna
il fiore di loto sboccia tra i suoi pensieri
girandole di sogni, emozioni irreali
portano il rumore della pioggia

Quando il mare canta sotto l'enorme luna
io cammino sulle rive dove egli rinasce e respira
e il suo colore e' lo stesso del sogno d'un sonno eterno,
verso un cielo lontano osservo il panorama cristallino;

La sua voce mi guida sotto ai quattro vespri
quando la luna canta, sboccia l'odore d'un tempo che non e'
Nasce, rinasce, afferro, lascio ostinatamente una vita.

Ma il suo sonno e' profondo quanto il mare del cielo
sogno di lui, ed egli rinasce, sbocciando nell'utopia
Profondo sonno, eterno mondo, il sapore d'una canzone
muore, rinasce, il fiore di loto, ruotando per sempre

Nel cielo sboccia il fiore; canta verso il mare
i suoi petali vibrano, baciano le note d'universo
Quel giorno, in quel che sara', appassiranno le stelle
sotto la musica d'una scintilla che non brucera' mai

Il fiore potra' danzare, ruotando nel passato del futuro
volando, trasportati dalla musica, i petali respirano l'aria acre
della melodia che giace ai limiti del pensiero, l'odore  delle stagioni
insieme all'universo, il fiore di loto ruota, al centro d'ogni suono.
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giovedì, 29 gennaio 2009
La notte non viene rischiarata dall'alba. Sulla strada silenziosa la neve continua a cadere, lentamente, senza portarsi appresso pensieri, di alcun tipo.
L'asfalto, il silenzio, il rombo della solitudine della strada immersa nelle tenebre. La melodia, le immagini di un'emozione istantanea, fugace, così fugace ed eterna da rimanere ancora viva, contraddicendo se stessa.
"Sai", mi dice una voce. "Sai... Se questa è la solitudine?"
Guardo interdetto per un secondo nel vuoto, poi mi sveglio da quel torpore. Le mie mani saldamente impugnano il volante.
Non rispondo a quella domanda. Non voglio pensare. Non intendo cadere in altre emozioni.
"Se fosse la solitudine" riprende la voce, vibrando nell'aria circostante "allora tu ti ci stai piombando dentro. Eppure, questa strada è reale. Allora, cosa stai facendo?"
Ignoro, ancora una volta, quelle parole. La mia mano destra afferra saldamente la marcia. Accelero, ma non di molto; rivolgo lo sguardo un secondo fuori dal finestrino.
La città dorme avvolta da quel mondo misterioso. La cappa della notte d'inverno trasporta ogni cosa, ogni fiocco di neve, ogni stelo d'erba imbiancato, ogni ramo senza foglie, in una dimensione in cui guido, solitario, la mia vita.
I miei occhi sono stanchi. Mi sembra di non avere mai dormito. Mi sembra di non avere mai sognato. Intorno a me, nella dimensione delle sette di mattina d'un gelido inverno, ogni cosa sembra distante.
Ancora la voce rimbomba tra i sedili della mia vettura. Noto un altro fiocco di neve, solo uno, tra i tanti, cadere di nuovo sul vetro della mia automobile. Era solitario, disperso, distante dagli altri. Ogni fiocco di neve, per quanto simile, per quanto possa essere uguale uno con l'altro, e' sempre lontano da una dimensione di almeno due passi con il suo gemello.
"Allora, perchè continui a-"
Lo fermo, ma senza rivolgergli lo sguardo.
"Stai zitto..." I miei occhi, adesso, sono ancora stanchi. Lascio la mano dalla marcia.
"Stai zitto...", ripeto. "Potrà ricongiungersi con gli altri, prima o poi. Ma per ora..."
Parlando, porto l'indice sul pulsante della radio. La melodia delle sette di mattina, immersa nell'irreale dimensione dell'oscurità d'inverno, inizia a inondarmi le orecchie, fino a penetrare nella sorgente dei miei pensieri.
"Pa, pa, pa...", mi risponde la voce che fino a un secondo prima mi tartassava di domande e affermazioni senza capo ne' coda, canticchiando sulla canzone partita dall'autoradio.
Metto le mie mani sul volante. I miei occhi sono ancora stanchi. Nonostante cio', credo di avere un abbozzo di sorriso. La dimensione delle sette del mattino d'inverno, ora, mi sembra piu' calda. Un'altra giornata d'inverno e' appena iniziata.

[...]Instant music
The world is flooded
The adults are getting fat
Resistant music
Come on, plug your ears...

Instant Music - The Pillows
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venerdì, 05 dicembre 2008
Malinconia, rumore di passi, neve, cicale. Il mio animo continua a camminare su questo mondo, nonostante tutto.
Seduto sulla riva del fosso, in estate, immerso nel tramonto, continuava a ronzarmi in testa la melodia sconfinata del malinconico vespro.
In piedi, mentre sostavo intorno al lampione dalla fioca luce, la neve bianca mi sussurrava la paura di sciogliersi e venire abbandonata nella notte eterna, così somigliante a un'enorme stanza dalle invisibili mura cristalline.
Il vento d'estate di prepotenza penetrava nei polmoni, vanificando ogni ricordo dell'inverno che ancora viveva in me.
La neve che lenta cadeva dal cielo, senza affrettare il suo passo, faceva evaporare ogni calore e ogni pensiero dell'immensità dell'estate, renendolo nullo.
Alla fine, camminavo sulla terra. Malinconia, rumore di passi, uccelli che cantano, il rumore delle foglie che muoiono sul terreno di questo mondo. Nonostante tutto, io camminavo intorno a quel lampione d'inverno, mentre mi sdraiavo e respiravo a pieni polmoni sull'erba d'estate.
Nonostante le stagioni, di una cosa ero certo. Qualunque cosa io avessi vissuto, qualunque inverno, estate, primavera o autunno che avessi attirato alla mia anima, qualunque stagione fosse entrata in me dai miei polmoni, di sicuro sarei rimasto solo con la nostalgia di una vita inesistente.
Solitaria, la malinconia avrebbe scandito ogni mio respiro, fino a quando il cielo si fosse sciolto nella melodia del luogo dove le stagioni nascono e muoiono. Da solo, avrei fatto mie le stagioni. Da solo.
Alzai lo sguardo al cielo. Lo avevo sempre fatto, in estate o in inverno. Da solo.
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domenica, 26 ottobre 2008
I miei passi risuonavano lenti, decisi, fermi e pesanti sul vecchio pavimento di legno.
In quei giorni assaporavo la gelida brezza invernale che mi si presentava in quei mattini, mentre al pomeriggio potevo ancora ascoltare frammenti di pensieri, idee e desideri di un ricordo sbiadito d'estate. Il gelido tocco dei pensieri mattutini si fondeva, verso il meriggio, nell'abbraccio di visioni solitarie, quasi calde e confortevoli.
Era lì che calpestavo l'ombra dell'autunno con i miei pensieri, simili a stelle cadenti nel cielo invernale. A metà tra la canzone dell'inverno e quella dell'autunno, qualcosa di simile alla mia anima riuscì ad ascoltare la solita orchestra delle stagioni.
Ogni anno riuscivo a sentire la musica dell'estate e dell'autunno. In quei momenti di transizione i miei pensieri mutavano, spogliandosi delle proprie ali rotte dal vento verso l'incerto equilibrio di una esistenza malinconica, a ridosso del burrone su cui il mio sguardo continuava a posarsi ogni sera.
Ascoltavo musica, osservavo i corvi volare nel cielo. La mia penna si posava sul foglio virgineo, le foglie cadevano verso una dolce morte. Il silenzio, rotto da sussurri espressi tra me e la mia coscienza, riempiva il vuoto della mia esistenza, iniziando una raffica di pensieri tale da farmi venire mal di testa.
Lì mi accorsi che una vecchia casa sostava di fronte a me, una casa senza lucchetti, senza porte, senza mura. Potevo osservarla, nell'infinito sogno etereo in cui ero immerso. Potevo sentire il flebile vento dei colori dell'autunno poggiarsi sul suo tetto, grande quasi quanto l'universo intero.
Ma nessuno mi aspettava, in quella casa. Solo la magnificenza del cielo, solo la pioggia, il sole, l'erba e la libertà d'una vita senza costrizioni.
Eppure, con la mano sul cuore, ascoltai il mio battito farsi irrequieto. Nessuno mi aspettava, nelle stanze infinite di quella casa eterna.
Nessuno, di fianco a me, avrebbe mai potuto aprire quelle porte, perchè non esistevano. Nessuno avrebbe mai capito ciò. Nessuno avrebbe capito che quella casa fu costruita nelle sere d'autunno e aperta al limitare al ciglio dell'aurora, nascosta dalle nebbie di parole e passi inquieti nelle città degli uomini.
Quella vecchia casa, eretta dai pensieri e dalle incertezze nate dalle melodie delle stagioni, era invisibile. Alcuni avrebbero giurato che non potesse nemmeno esistere.
Eppure, solitario, mi siedevo dentro di essa e osservavo, silenziosamente, il mondo davanti alla finestra. Mi trovai a sorridere, al limitare dell'autunno, vivendo incessantemente tra le mura di quella casa. Ero vivo.
Il mio cuore continuò a battere, sempre più forte, mentre i miei occhi, ad un certo punto, smisero di osservare il cielo. Non saprei dire perchè, ma rivolsero il loro sguardo verso il pavimento.
Mi chiesi perchè altri occhi non osservarono il cielo con me.
Fu allora che le luci della casa si spensero. Il mio dito appoggiò dolcemente l'interruttore sul muro.
Da solo, per un istante, solo per un secondo, desiderai che la notte giungesse in fretta, così da poter sognare e non pensare più alla solitaria magnificenza del cielo. Così feci.
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lunedì, 18 agosto 2008
Il tramonto sfuocato
spazza le metafore del vespro
via da segreti lontani,
il crepuscolo si dissolve
trascinando l'aria infuocata
addio vento d'estate,
addio giorno morente

La luna che non sorge
e' il sapore dei tuoi pensieri
tu vivi nei miei sogni
per la notte e per l'alba
Da dove soffia il vento?
Dove sogni questa notte?

La pioggia avra' cancellato
il mio nome dai tuoi sogni
questo vento avra' asciugato
le lacrime dal tuo viso
Ma tu vivi nei miei sogni
io canto nella tua notte
Senza luna, senza sole
io canto per te

vivi ancora nei miei sogni
Ma quest'emozione perenne
malinconica ed eterna
e' ciò che canto
ogni istante, ogni alba,
ogni respiro, ogni stagione
solamente per il cielo,
nel cristallino vespro
di parole cancellate dai giorni piovosi

Ma tu
vivi ancora nei miei sogni,
al di la' della scala dell'arcobaleno
di un qualunque mattino della mia vita
io aspetto
il tramonto dell'eternita'.
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lunedì, 11 agosto 2008
Un'emozione talmente intensa, solo una.
Paragonabile all'amore, ma e' una semplice melodia.
Un refrain semplicissimo. Una sinfonia senza pretese.
Senza stonature, continua a librarsi nell'aria, ricercando un posto perso da molto tempo.
Senza virtuosismi, riempie l'aria di metafore.
Le immagini mentali nascono da questa melodia. Come sorgente di uno spirito, l'emozione alimenta i sogni.
E' solo una semplice melodia, una canzone senza stonature, un mondo senza sbavature che corre velocemente verso la sua morte. Mi entra di prepotenza nella solitudine del tramonto d'estate.
Non posso dire con sicurezza che questa canzone sia perfetta. Ma le visioni che questa musica mi trasmette, delicate e a tratti malinconiche, non lasciano spazio a nessun tipo di dubbio.
Finche' almeno la musica accompagnera' le visioni della mia mente, lo posso dire con certezza.
E' stupendo vivere, in un sogno, nella realtà o nei propri errori, tra la malinconica gioia di esistere e nei refrain della tristezza.
Oggi credo che vivere sia come camminare, al tramonto d'estate, verso una meta sconosciuta, ascoltando musica nella mia mente, salutando nuovamente i corvi del cielo, vecchi compagni di solitudine.
E la canzone finisce, sulle note di una chitarra vibrante.
Tempo di provare altri sogni. Inserisco un altro brano.
Continuo a camminare, come sempre.
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mercoledì, 06 agosto 2008
Qualcuno, non ricordo chi, mi urlò con prepotenza di prepararmi e di andare al mio posto. Ricordo che misi la mano sulla fronte e pensai tra me e me quanto potesse essere seccante vivere.
Nonostante tutto, mi alzai. Il sole d'estate picchiava forte sulle nostre teste, talmente potente da creare miraggi, vacue illusioni che osservavo all'orizzonte, oltre l'immenso campo.
La mia pelle sudava. Ancora oggi ricordo di ogni battito del mio cuore. Li contai mentalmente, mentre assotigliai gli occhi, in preda a miraggi lontani.
Oltre l'orizzonte vidi immensi palazzi del colore dell'arcobaleno stagliarsi verso il cielo. L'anima delle illusioni raschiava la volta celeste, mentre tutto intorno a me sembrò così irreale, nella pesante aria dell'estate.
Non era come essere in un quadro. Piuttosto, mi sembrò quasi di essere in un sogno.
E non era la prima volta che provavo emozioni simili. Qualunque cosa che facessi, il mio spirito osservava miraggi, perchè sognavo, sia sotto il sole che sotto la luna della notte, in inverno e primavera, ad occhi aperti e chiusi.
Tutto questo lo tenni per me. Ero troppo pigro addirittura per poter solo pensare di esprimere questi miei sentimenti e queste mie visioni.
Sarei stato preso per pazzo?
Mi sistemai il cappello. Non m'importava nulla: pazzo o no, non sarebbe mai esistito un motivo perchè un'altra anima potesse ascoltare il sussurro delle mie visioni. Non v'era alcuna ragione, su questo mondo, di condividere le mie splendide visioni eteree con un altro essere umano.
Espirai profondamente. Tutto il mondo intorno a me scomparve. Solamente le illusioni dell'orizzonte, i palazzi dei sogni, i grattacieli dell'arcobaleno: io stavo vivendo in un sogno. Istintivamente sentii che la mia giovinezza stava sfuggendo velocemente dalle mie mani, ma non me ne curai. Sarebbe stato troppo seccante.
Avrei sempre sognato. Pazzo o no.
Alzai la mia mazza. Sentì urlare qualcos'altro. Il mondo intorno a me era un sogno, e questo pensiero veniva naturale quasi quanto respirare.
Con uno scatto, la mia mazza colpì la palla.
"Homerun! Fuori dal campo!", sentii urlare da qualcuno. Altre persone mormorarono e acclamarono nell'aria pesante dell'estate.
Alzai la testa. Portai la mano sulla fronte: il cappello non era abbastanza grosso per ripararmi dal sole. Qualunque cosa facessi, il sole toccava di prepotenza un angolo della mia pelle.
Ancora oggi, come allora, sono sicuro che quella palla abbia raggiunto qualche vetro dei grattacieli dell'arcobaleno.
Appoggiai la mazza sul terreno, poi sbadigliai.
Era così seccante, vivere. Anche in un sogno solitario d'estate, fatto ad occhi aperti, come tanti altri.
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mercoledì, 07 maggio 2008
Ho pensato, molto spesso, a come poter trasmettere sulla carta la musica che riesco a udire ogni giorno, ogni secondo, ogni istante.
Mi sono chiesto, piu' di una volta, come fare per poter esprimere agli alberi, alla terra, agli uomini e agli animali l'enorme concerto di vibrazioni e melodie eteree che il mondo mi trasmette.
Se questo e' solo un sogno, se questo concerto eterno e' solo una illusione dei miei sensi, allora il reale e l'irreale non contano veramente più nulla. Se questo mondo e' una foglia che cade trasportata dal vento di primavera, se questa mia vita e' semplicemente una metafora che confluisce nel vuoto, se queste parole dal ritmo incalzante giungessero a tingere di dubbi e a instillare il vuoto nelle mie emozioni e nelle mie melodie, oltrepassando i propri limiti e toccando ciò che non può essere toccato...
Pensieri. Ho pensato molto spesso a come poterli trasmettere, insieme alle mie melodie e alle mie emozioni. Ma ciò che mi rimane, molto spesso, sono semplicemente innumerevoli melodie, visioni del mondo incosistenti, emozioni danzanti al ritmo delle stagioni; eredità di pensieri e giochi mentali fini alla mia stessa consapevolezza.
Se, dalla finestra di questo treno riuscissi a osservare un mondo diverso, un'altra visione, forse riuscirei a udire altre melodie. E, allora, tutto ciò che mi rimarrebbe sarebbe prendere carta, penna, una chitarra e iniziare a orchestrare in melodia minore un altro, ennesimo canto della mia vita.
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